Cercando Alaska – Recensione

Recentemente, grazie alla segnalazione del consulente editoriale Emanuele Properzi nel suo ottimo corso di marketing editoriale per scrittori che sto seguendo, sono venuto a conoscenza di un giovane autore americano per ragazzi: John Green. Incuriosito dalla sua particolare storia e dal modo in cui si è fatto conoscere sul web da un vasto pubblico, ho deciso di leggere il suo romanzo d’esordio, datato 2005: Cercando Alaska.

Cercando Alaska – Recensione

Miles Halter è un sedicenne dell’Alabama dai tratti atipici: piuttosto introverso e solitario, non ha grandi interessi, a parte leggere le biografie di personaggi famosi e memorizzare le loro ultime parole prima della morte.

Il motivo che lo spinge a partire per il college di Culver Creek, in California, è dettato dalle ultime parole attribuite allo scrittore e umanista francese François Rabelais: Vado a cercare un Grande Forse.

Nel caso di Miles, è la ricerca di una vita diversa, di esperienze nuove che lo aiutino a tagliare i ponti con il proprio passato: la ricerca di se stesso, di una nuova identità o, forse, della sua vera identità, passando per la delicata fase dell’adolescenza.

Il giovane protagonista si farà i suoi primi veri amici: in primis, il compagno di stanza Chip Martin (il Colonnello), ragazzo di umili origini patito per la matematica che nutre un profondo disprezzo verso i compagni ricchi che frequentano il college; Takumi, un giapponese con la passione per il rap; Lara, originaria della Romania, che diventerà la sua prima ragazza; ma, soprattutto, Alaska Young, la protagonista femminile del romanzo.

Miles rimane subito colpito dalla bellezza, dalla parlantina e dai modi di fare della sua coetanea dallo strano nome: Alaska è estroversa, scherzosa e imprevedibile, intelligente ma lunatica e, insieme agli altri amici, trascinerà Miles nel nuovo mondo del college, un mondo fatto di nuove responsabilità e nuove regole che puntualmente i prorompenti impulsi adolescenziali tendono a infrangere.

Tra fumate, bevute, uscite e scherzi di vario genere, Miles impara anche a conoscere meglio i propri compagni, nonostante Alaska, con i suoi modi imprevedibili e le sue frasi profonde quanto enigmatiche, rimanga per lui un affascinante mistero. Come le ultime parole di Simón Bolívar, citate nel libro di Gabriel García Márquez Il generale nel suo labirinto: Come farò a uscire da questo labirinto?. Cos’è questo labirinto? Questo è il grande interrogativo che Alaska chiede a Miles di risolvere.

E il tragico evento che separerà il protagonista dalla ragazza che ha amato sin dal primo sguardo, lo costringerà a riflettere ulteriormente sul significato simbolico di questa frase: come uscire dal labirinto della sofferenza umana.

Cercando Alaska di John Green è un romanzo di formazione per ragazzi che, nel complesso, mi è piaciuto abbastanza: a parte alcune noiose descrizioni della vita universitaria americana e l’eccessivo ricorso dei protagonisti al fumo e alle sbronze nei momenti extrascolastici (non proprio un bell’esempio da seguire), la trama la trovo ben congeniata. Interessanti le citazioni su alcuni principi del Buddismo in merito al senso dell’esistenza e all’importanza dell’essere presenti a se stessi nella vita quotidiana.

E, soprattutto, mi è piaciuta la riflessione finale di Miles, di cui riporto alcune delle frasi che mi hanno colpito di più:

Alle brutture si può sopravvivere, perché noi (giovani) siamo indistruttibili nella misura in cui crediamo di esserlo… La disperazione non fa per noi, perché niente può ferirci irreparabilmente. Ci crediamo invincibili perché lo siamo. Non possiamo nascere e non possiamo morire. Come l’energia, possiamo solo cambiare forma, dimensioni, manifestazioni… Ma quella parte di noi che è più grande della somma delle nostre parti non ha un inizio e non ha una fine, e dunque non può fallire.